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ANS - Associazione Nazionale Subvedenti ONLUS

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Il Subvedente - settembre 2004

Indice:

ANS NUOVA SEDE A MILANO.

IPOVISIONE:
- SITUAZIONI EMBLEMATICHE.
- VISTA E TATTO.
- LA VISTA SENZA VEDERE.

AUSILI:
L'ANS AD HANDIMATICA 2004.

TEMPO LIBERO:
RISERVA FORESTALE.

UNIVERSITA':
COORDINAMENTO ATENEI  LOMBARDI PER LA DISABILITA'.

MUSICA DA IPOVEDERE:
CIN CIN CON GLI OCCHIALI.

MARKETING SOCIALE:
FORMALI? SI! MA ANCHE SOLIDALI.

Nuova SEDE OPERATIVA dell'ANS.

Largo Volontari del Sangue, 1 - 20133 - Milano.

Dal 25/06/04 la sede operativa dell'Associazione Nazionale Subvedenti è diversa dalla sede legale.

La scelta deriva dalla crescente ed esponenziale necessità di più ampi spazi operativi, direttamente proporzionale alle attività e ai sevizi offerti dall'ANS: corsi di informatica, servizio "Tommaso!", ipovisione e scuola, ipovisione e lavoro, accessibilità Web, e molto altro.

I nuovi spazi comprendono due uffici e un'aula informatica con 10 postazioni, convertibile in ausilioteca per il servizio "Tommaso!"

La nuova sede operativa si trova al secondo piano della palazzina che ospita l'AVIS (donatori sangue, non autonoleggio...) e alcuni uffici ASL:
Largo Volontari del Sangue 1, angolo Via Bassini.
La zona è sempre quella di Lambrate / Città-studi, a est di Milano, nei pressi della stazione ferroviaria FS di Milano Lambrate.
Di seguito un veloce vademecum per chi vorrà venirci a trovare nella nuova sede operativa (sempre meglio telefonare preventivamente)

FS - Ferrovie dello stato:
- fermata più vicina: Milano Lambrate.
- da Milano Centrale, Milano P.ta Garibaldi e Milano P.ta Genova, proseguire su metropolitana, linea 2 (verde), direzione: Cascina Gobba/Gessate-Cologno Nord.

FNM - Ferrovie Nord Milano:
- fermata più vicina: Milano Nord Cadorna.
Proseguire su metropolitana, linea 2 (verde), direzione:
Cascina Gobba/Gessate-Cologno Nord.
Passante ferroviario"
- fermata più comoda: Milano P.ta Garibaldi.
Proseguire su metropolitana, linea 2 (verde), direzione:
Cascina Gobba/Gessate-Cologno Nord.

Metropolitana:
- fermata più vicina "Lambrate FS", linea 2 (verde).
- arrivando dalla linea1 (rossa), è possibile cambiare a Cadorna o Loreto
- arrivando dalla linea3 (gialla), è possibile cambiare a Centale FS
(proseguire in direzione: Cascina Gobba/Gessate-Cologno Nord).

Mezzi di superficie ATM:
Linee A.T.M. e fermate più comode per raggiungerci:
- tram 5; Via Milesi (capolinea);
- tram 11; Via Bassini, angolo Via Golgi;
- tram 23; Via Bassini, angolo Via Golgi;
- bus 61; Largo Murani (capolinea);
- filobus 93; Via Bassini, angolo Via Golgi.
Chi arriva alla fermata del metrò o alla stazione FS di Lambrate può raggiungerci comodamente a piedi (vedi punto successivo).

A piedi dalla stazione FS/fermata del metrò di Lambrate:
- Imboccare Via Valvassori Peroni, camminando sul lato destro;
- al semaforo, attraversare e proseguire a destra lungo Via Bassini;
- superare gli incroci con le vie Clericetti e Golgi;
- superare anche il n. 26 di Via Bassini;
- all'angolo (successivo), girare a sinistra dove s'incontrerà subito il portone d'ingresso;
- salite le poche scale si arriva nell'atrio dell'edificio;
- girare a destra e dirigersi verso l'ascensore;
- arrivati al secondo piano (uscendo dall'ascensore), girare 3 volte a sinistra.
Vedi mappa all'indirizzo www.subvedenti.it/SedeOperativa.asp 

In auto:
Vedi mappa all'indirizzo www.subvedenti.it/SedeOperativa.asp 

Indice 

IPOVISIONE.

SITUAZIONI EMBLEMATICHE.

Dalla lista "ipovisione" http://it.groups.yahoo.com/group/ipovisione 

Il moderatore:
Alla fermata del bus, una di quelle da cui transitano tutte le linee
urbane ed extraurbane possibili e immaginabili; come fare per prendere
quello giusto?
Se il campo visivo è ragionavole le possibilità sono essenzialmente due:
· chiedere a qualcuno di indicarci l'autobus 
· puntare il monocolino contro tutti i cartelli indicatori fino a leggere
il numero del bus in arrivo.
Per la prima ipotesi basta sperare che l'autobus dell'interlocutore arrivi dopo il nostro e che l'interlocutore stesso non sia più imbecille della norma, quel tanto che basta per darci la mano che ci serve.
La seconda possibilità permette da un lato di essere autonomi, ma anche di
palesare la nostra "stranezza" (la cultura imperante porta chi osserva a
pensare più che vogliamo guardare le scollature delle automobiliste, che i
numeri dei bus, perché ipovedenti...).
Io preferisco la seconda possibilità (se ci scappa anche qualche scollatura
tanto meglio...).
Voi?

Ma
Per quelle che sono le mie esperienze, mi servo dell'intuito; del sesto senso; e della buona memoria di cui fortunatamente sono dotata. 
Cerco poi di sfruttare a pieno il mio residuo visivo e da sempre osservo le persone, soprattutto quelle a me più vicine negli affetti, per capire come fare determinate cose. Aguzzo l'udito e se e quando serve non tengo a freno la lingua e chiedo e cerco confronti.
Per carattere mi faccio un sacco di problemi, ma non solo per il fatto di vedere poco, però ho imparato ad utilizzare l'autoironia e l'umorismo per combattere la tristezza, la solitudine, l'ignoranza ed il male che ho dentro ed attorno.
Ricerco il contatto umano e cerco di ascoltare gli altri e di spiegare chi sono e cosa vivo, per aiutare chi ho accanto e far capire di cosa ho bisogno. Credo nell'invisibile destino od angelo custode o più scientificamente nella mia coscienza e nel buon senso che spesso mi hanno impedito di sbagliare o ancora meglio d'imparare dai miei errori.
Dopo tutto questo discorso apparentemente filosofico ed astratto voglio raccontare un piccolo aneddoto...
Mi ero trasferita da poco in un nuovo paese, quindi gente sconosciuta, strade mai percorse, nessun punto di riferimento ben preciso e nuovi tragitti automobilistici...
Per farla breve, è successo che non avendo ancora ben memorizzato il percorso del pullman, ed essendo già imbarazzata nel dover chiedere la direzione del mezzo all'autista, non me la sentivo proprio di domandargli anche di segnalarmi per tempo la fermata, così ho preso come punto di riferimento olfattivo l'afrore del letame: avevo capito che poco prima della mia fermata c'era questa stalla e quindi quando sentivo nell'aria odore di mucche capivo che dovevo prepararmi.
Ora non ne ho fortunatamente più bisogno, ma era solo un esempio per raccontarvi che se non avessi a disposizione tutti e tanti elementi, più o meno verificabili e validi, sicuramente il fatto di non vedere come gli altri, sarebbe ancora più invalidante ed inaccettabile sia per me stessa che per chi mi circonda.

B.
Generalmente prediligo le soluzioni fai da te.
Con i bus, una volta che ho chiesto una informazione, mi è stato detto che c'era un cartello grandissimo sul parabrezza del bus. Che strana è l'ipovisione: magari vedi un oggetto piccolo e non ne vedi uno enorme.
Ed in questo caso ....

M.
Qui a Torino alcune fermate sono state dotate di caratteri un po' più grandi
rispetto all'usuale, purtroppo sono poche e generalmente sono quelle
posizionate in centro città. 
Per quel che riguarda i numeri dei bus, personalmente ho delle difficoltà
se vi sono condizioni di luce davvero sfavorevoli. Se posso faccio da solo, ma quando non riesco chiedo. Personalmente la cosa non mi provoca imbarazzo, tra l'altro ho notato che molte altre persone, magari distratte da qualche altra cosa, tendono a chiedere il numero del bus in arrivo. 
Credo in ogni caso che anche chi usa uno strumento quale il monocolo, non
dovrebbe farsi molti problemi. Lo so che è dura, perché l'imbecille potrebbe essere sempre dietro l'angolo. 

L.
Alla fermata dell'autobus (ma anche nelle stazioni per sapere i binari
dei treni o altro) chiedo a qualcuno. Se quel qualcuno se ne va
prima, passo a un altro. 
Non ho neanche il monocolo; ho sempre pensato che in molte situazioni chiedere sia la soluzione ideale. Certo le prime volte ci si può sentire un po' in imbarazzo (ma anche scandagliare col monocolo, penso, possa creare imbarazzo). A me, in tutta la vita, sarà capitato tre volte di non avere risposta. Penso anche, contrariamente a quello che pensano molti, che chiedere una mano susciti negli altri un senso di utilità.
Vorrei aggiungere altre osservazioni.
Nel caso in cui si chieda, è chiaro che bisogna usare modi appropriati, non
far sentire la richiesta come un obbligo. Eventualmente premettere che non ci si vede (questo, ad esempio, lo devo fare al supermercato per prendere cose particolari o per sapere se la vaschetta che prendo è vitello o tacchino).
Se si usano strumenti per essere più autonomi (tipo monocolino), gli altri, vedendo questa operazione, pensano « se la sa cavare da solo» e quindi, molti, non offrono aiuto. In giro, ormai, si dà aiuto solo se richiesto; non lo si offre facilmente.

Silva Bertolini

Indice 

IPOVISIONE.

"LA VISTA E IL TATTO CI TRASMETTONO
LA STESSA IMMAGINE".

I risultati di un esperimento sui non vedenti
(Ricerca svolta dall´Ateneo di Pisa mediante la risonanza magnetica)

Guardare un oggetto con gli occhi o toccare con le mani: per il cervello non esiste molta differenza. L´immagine della realtà - ricostruita dal nostro organo del pensiero - non cambia se a fornire informazioni è un senso piuttosto che un altro. Questa la conclusione di uno studio condotto dall´università di Pisa in collaborazione con uno psicologo dell´Università di Princeton; l'articolo è apparso a marzo su "Proceedings of the national academy of sciences". «Abbiamo dimostrato - sintetizza Pietro Pietrini, coordinatore dell´equipe - che è possibile «vedere con le mani». Quando un non vedente o un uomo bendato analizzano la forma di un oggetto - poniamo una bottiglia - toccandolo con i polpastrelli, nella loro corteccia cerebrale si forma l´immagine della bottiglia. Quest´immagine è sostanzialmente identica a quella di una persona che osserva la bottiglia con gli occhi. Cambia il canale di afferenza delle informazioni, ma non il risultato finale».

I risultati sono stati ottenuti utilizzando immagini di risonanza magnetica.

Ai volontari, in parte vedenti (bendati negli esperimenti), in parte non vedenti dalla nascita, è stato chiesto di riconoscere al tatto alcuni oggetti comuni quali bottiglie o scarpe e maschere che rappresentavano dei visi. La scoperta, prosegue Pietrini, «apre la strada a nuove strategie di riabilitazione dei non vedenti». Le capacità di adattamento delle persone prive della vista già oggi rappresentano uno degli esempi più evidenti di plasticità cerebrale. 

«I nostri risultati - si legge nell´articolo - dimostrano che il cervello è organizzato in maniera molto più complessa rispetto a quanto sapevamo finora. Quella che siamo abituati a chiamare corteccia «visiva» appare in realtà indipendente dalla modalità sensoriale che fornisce informazioni.

Da "PressVisione n. 2878" 9-5-2004

Indice 

IPOVISIONE.

La vista senza vedere.

(dalla rivista "Matilda Ziegler Magazine", numero di marzo 2003)

Anche se la chirurgia ha restituito la vista a Mike May, lui non è ancora in grado di riconoscere sua moglie.

Mike May detiene il record mondiale di velocità in discesa libera da parte di un cieco. Ai tempi della sua attività agonistica era in grado di sciare in slalom lungo le piste nere più ripide, ad una velocità di 105 km/h, con una guida che, sciando tre metri davanti a lui, gli gridava "a sinistra" e "a destra".

Queste indicazioni erano soltanto i suggerimenti più ovvi; il resto dei segnali proveniva dalla sensazione del vento che soffiava contro le sue guance e dal suono degli sci della guida che scricchiolavano sulla neve. Ma i tempi in cui May era un atleta cieco di fama mondiale sono ormai trascorsi; May non è più cieco.

May perse la vista all'età di tre anni, quando un contenitore di carburante per lanterne da minatori gli esplose in faccia, distruggendo il suo occhio sinistro e sfregiando la cornea del destro, ma per tutti i 43 anni successivi egli non permise mai al suo handicap di condizionarlo. Giocò a football durante le scuole elementari, a calcio quando era al college, e da adulto praticò pressoché qualsiasi attività sportiva che non richiedesse l'impiego di proiettili. Ottenne un master in relazioni internazionali presso la Johns Hopkins University, iniziò a lavorare con la CIA e divenne presidente e direttore responsabile della Sendero Group, un'azienda che costruisce Sistemi di "Posizionamento Globale" (GPS) per i ciechi. Nel frattempo, trovò anche il modo di contribuire allo sviluppo del primo lettore laser per i giradischi, di sposarsi, di avere due figli e di comperare una casa a Davis, in California.

"Una volta qualcuno mi chiese, potendo scegliere, cosa avrei preferito fra recuperare la vista o andare sulla luna". "Non ci sono dubbi: andrei sulla luna. Ci sono tantissime persone in possesso della vista, mentre sono pochissime quelle che sono andate sulla luna".

Poi, in un giorno di novembre del 1999, presso il Saint Mary's Hospital di San Francisco, il chirurgo Daniel Goodman inserì una "ciambella" di cellule staminali corneali nell'occhio destro di May (il sinistro era stato troppo danneggiato per poter essere recuperato). Queste cellule sostituirono i tessuti cicatriziali e ricostruirono la superficie dell'occhio, rendendolo in questo modo pronto per un trapianto di cornea. Il 7 marzo del 2000, quando le bende vennero rimosse, May vide per la prima volta sua moglie, i suoi figli e la propria immagine, che non vedeva da quando era un bambino di tre anni.

Il recupero della vista è un vero miracolo, sia per chi lo sperimenta, sia per gli scienziati che hanno il privilegio di poterlo studiare.

Ancora nel 5° secolo a.C., i chirurghi dell'antico Egitto utilizzavano un ago per rimuovere il cristallino coperto dallo strato di cataratta dalle pupille dei loro pazienti, consentendo loro di recuperare parzialmente la vista.

Più recentemente, alla fine degli anni '60, i chirurghi impararono a rimuovere la cataratta per mezzo degli ultrasuoni. La chirurgia che utilizza cellule staminali, praticata su May, venne sviluppata in Giappone e messa in pratica nel 1999; da allora, sono centinaia le persone che ne hanno beneficiato. Però, fra tutti coloro che hanno potuto recuperare la vista nel corso della storia, sono stati registrati soltanto circa 20 casi di ciechi dall'infanzia e, fra questi, la maggior parte aveva cornee pressoché perfette dopo l'intervento. Quando Goodman esaminò l'occhio di May dopo l'operazione, vide un cristallino che avrebbe dovuto fornirgli una visione chiarissima.

Le cose non andarono in questo modo. Il cervello di May non era mai stato programmato per elaborare le informazioni visive ricevute. May va ancora in giro con Josh, il suo cane, utilizza il bastone bianco e fa riferimento a se stesso come a "un cieco dotato della vista".

Questo paradosso affascinò Don MacLeod e Ione Fine, psicologi sperimentali dell'Università della California a San Diego. La velocità con cui i neonati imparano a comprendere il mondo fa pensare che siano nati con la capacità di elaborare alcuni aspetti della vista. Ma quali aspetti, di preciso? Che cosa viene appreso e che cosa è innato?

Per un anno e mezzo, Fine e MacLeod sottoposero May ad un fuoco di fila di test fisici e psicologici, compresa l'immagine di risonanza magnetica funzionale, o fMRI, che segue le tracce del flusso di sangue al cervello. I risultati stanno consentendo di ottenere per la prima volta un'idea precisa di come tutti noi impariamo a vedere.

Il laboratorio di MacLeod all'Università è un labirinto di mobiletti per archivio, strumenti ottici e scrivanie collocate nelle posizioni più strane. "E' davvero incasinato" dice, mentre pilota May verso il primo dei molti test, in un pomeriggio. "Però May ha una straordinaria capacità di cavarsela in un percorso pieno di ostacoli". Alto ed atletico, con lineamenti piacevolmente giovanili nonostante i suoi capelli neri stiano ingrigendo, May sarebbe un ottimo James Bond, non fosse per alcuni effetti collaterali della sua cecità. A differenza del resto del corpo, le sue palpebre non sono state utilizzate per tutta la durata della sua vita. Perpetuamente semi-chiuse, conferiscono al suo viso un'espressione assente e stoica che viene illuminata soltanto da occasionali sorrisi. May deve ancora imparare le espressioni facciali.

Seduto davanti al monitor di un computer, May guarda una serie di grosse barre nere e arancioni che appaiono sullo schermo. MacLeod e Fine stanno mettendo alla prova la sua capacità di vedere i particolari. Il suo compito è quello di regolare i contrasti con un mouse a sfera fino a quando non riesce a vedere queste barre. Un clic con il mouse fa apparire una nuova serie di barre, più sottili delle precedenti, e lui continua a modificare le impostazioni fino a che non riesce a vedere anche queste. Anche se il suo occhio destro dovrebbe garantirgli una visione di 20/20 diottrie, in realtà la sua capacità visiva si avvicina più a 20/500 diottrie (circa 1/12). May non riesce a distinguere la lettera E su una tabella ad una distanza di sette metri e mezzo, ma riesce a vederla solo quando si trova a 60 cm da essa. In passato, la visione confusa delle persone che avevano riacquistato la vista veniva attribuita al tessuto cicatriziale risultante dall'operazione, ma la chirurgia con le cellule staminali non lascia cicatrici: i segnali raggiungono il cervello di May, ma non vengono interpretati correttamente.

Più di 300 anni fa, in una famosa lettera indirizzata al filosofo John Locke, il pensatore irlandese William Molyneux aveva previsto ciò che May sta vivendo. Un cieco che avesse riacquistato improvvisamente la vista, spiegava Molyneux, non sarebbe stato in grado di stabilire la differenza tra un cubo e una sfera. La vista è una percezione di un certo tipo mentre il tatto è una percezione di tipo diverso e le due cose possono essere collegate soltanto per mezzo dell'esperienza.

Nella metà del secolo scorso, gli studi sul recupero della vista, specialmente quelli svolti da Oliver Sacks e Richard Gregory, hanno dimostrato che alcune cose non possono essere comprese se non se ne possiede un'esperienza.

Gli oggetti, i volti, la profondità, praticamente quasi tutto ciò che ci consente di funzionare nel mondo, non hanno alcun senso quando una persona che non è mai stata in grado di vedere riacquista la vista. "I neonati percepiscono un caos luminoso e ronzante, ma non possiamo chiedere loro come sia", spiega Fine. "Per certi versi, parlare con Mike May è come riuscire a parlare con un bambino di sette mesi".

Nei primi mesi successivi all'intervento chirurgico, May non riusciva a distinguere una sfera da un cubo. Da quell'epoca, la sua vista è migliorata soltanto leggermente. Comprende meglio il concetto di sfere e di parallelepipedi ("Gliene abbiamo mostrato una quantità spaventosa", dice Fine), e con la pratica riesce a comprendere alcune cose che ha visto più e più volte. Ma ciò avviene soltanto in maniera parziale: May ha superato il periodo in cui si impara a riconoscere istantaneamente gli oggetti.

"Due dei principali indizi a cui faccio riferimento sono il colore ed il contesto", dice May. "Quando vedo un oggetto arancione in un campo da basket, presumo che sia rotondo, ma in realtà non vedo la sua forma rotonda". I volti gli creano ancora più problemi. Anche se ha visto facce dappertutto fin dal primo giorno in cui ha ripreso a vedere, non gli riesce di riconoscere un volto.

Le espressioni facciali (gli stati d'animo e le personalità) lo mettono totalmente fuori strada; persino per quanto riguarda sua moglie, la riconosce soltanto per lo stile della sua andatura, per la lunghezza dei capelli e per i vestiti che indossa. "Se una faccia è calva e adorna di baffi finti, [i vedenti] possono comunque definirne il sesso", dice Fine. "Ma lui non ci riesce. La parte del suo cervello preposta a questo scopo non funziona".

La migliore dimostrazione di ciò è visibile nel seminterrato, dove si trova l'interferometro di Mac Leod. Questo apparecchio, progettato per esaminare la capacità del cervello di elaborare le informazioni visive, emette un raggio laser diviso in due parti nell'occhio del soggetto esaminato. I raggi oltrepassano i nervi ottici della cornea e proiettano uno schema sulla retina.

Per la maggior parte, i soggetti dotati di vista che vengono esaminati con l'interferometro vedono strisce chiare e scure, indipendentemente dallo stato dei loro nervi ottici; ma quando May apre gli occhi per ricevere i raggi, non vede assolutamente nulla.

I risultati dell'interferometro vengono supportati dalle scansioni dell'immagine di risonanza magnetica funzionale, che segue le tracce dell'attività cerebrale di May man mano che questa si svolge. Le scansioni mostrano che quando May vede le facce o gli oggetti, la parte del suo cervello che dovrebbe essere utilizzata per riconoscerli rimane inattiva.

C'è però un trucco: quando May vede un oggetto in movimento, la parte del suo cervello preposta a riconoscere il movimento si accende come un riflettore da discoteca. May riesce ad interpretare il movimento sullo schermo di un computer come qualsiasi persona adulta dalla vista normale, e sembra possedere la stessa abilità nella vita quotidiana. "Eravamo in auto e un minivan è arrivato a velocità sostenuta dalla sua parte", ricorda Fine. "Ha sibilato quando gli è passato accanto e May ha detto che stava viaggiando velocemente. E' un calcolo complicato: il movimento sulla retina dipende dalle dimensioni del veicolo, dalla sua vicinanza e dalla velocità a cui sta viaggiando".

E' difficile non giungere alla conclusione che la percezione del movimento, a differenza di ogni altra esperienza visiva a parte quella del colore, sia in gran parte innata. Ciò potrebbe spiegare perché May, che è a malapena in grado di riconoscere una palla ferma, è bravissimo ad afferrarne una in movimento.

I ciechi passano l'intera vita a comprendere il mondo per mezzo delle mani.

I loro ricordi, le loro mappe mentali dei posti che conoscono, delle maniglie delle porte e delle gobbe su una pista da sci sono tutti elementi di tipo tattile. L'improvvisa introduzione di un senso nuovo non riesce ad alterare quel sistema basilare di comprensione dell'universo; invece, tutte le nuove informazioni ricevute dalla luce vengono semplicemente innestate sulla mappa tattile originale. "La vecchia idea secondo la quale esiste un'unica immagine del mondo sulla superficie della corteccia visiva è decisamente semplicistica", dice MacLeod. "In realtà, abbiamo almeno due dozzine di mappe complete". Per una persona che sta imparando soltanto ora a far confluire tutte queste informazioni, ciò può creare un'enorme confusione; però potrebbe anche offrire una sensazione più completa e più autentica del mondo rispetto a quella percepita da coloro che non sono mai stati ciechi.

L'esperienza tattile di May con i corridoi e con le strade gli dice che i loro lati sono paralleli, ma non riesce a percepire le linee convergenti della prospettiva. "Un corridoio non mi dà affatto l'idea di chiudersi", ci spiega. "Io vedo le linee su ciascun lato del percorso, ma non riesco assolutamente a visualizzare il loro avvicinamento ad una certa distanza". Fa una pausa per rifletterci sopra. "Oppure la mia mente non riesce a credere a ciò che percepisce. Quando vedo un oggetto, non mi sembra diverso a seconda del lato da cui lo guardo. Riconosco i coni di segnalazione sulla strada, attorno ai veicoli, ma mi rendo conto che sono coni in base al contesto, non perché ne riesca a vedere la forma. Se immagino di guardare un cono, ha comunque l'immagine di un cono".

Per May, imparare a vedere è in realtà imparare ad adeguarsi alle stesse immagini illusorie dei vedenti, riconoscere come il proprio figlio un determinato insieme di colori e di linee, riconoscere una palla in un altro insieme diverso.

In un mattino di aprile, solo poche settimane dopo l'intervento, May andò con i suoi sci e con la sua famiglia nel Soggiorno Turistico del Monte Kirkwood, nella Sierra Nevada: era un posto che conosceva come il palmo della sua mano, il luogo dove aveva imparato a sciare e dove in seguito aveva incontrato sua moglie. Il sole splendeva, gli alberi erano verdi e le discese erano circondate da stupendi picchi (ma erano lontani svariati chilometri o solo poche centinaia di metri?). Mentre lo skilift saliva verso l'alto, gli sciatori vestiti con giacche a vento imbottite passavano rapidamente tutto attorno, entrando nel suo campo visivo: sua moglie, che gli faceva da guida, dovette dirgli di smetterla di stare a contemplare a bocca aperta e di iniziare a sciare.

Con un solo occhio funzionante, a May sarebbe comunque mancata la percezione della profondità. Ma May difettava anche dell'esperienza necessaria a comprendere i chiaroscuri ed i contorni di un paesaggio.

Scendendo dal fianco della montagna, fece molta fatica a distinguere le ombre dalle persone, dai pali e dalle rocce. All'inizio tentò di calcolare razionalmente la situazione della pista, ma quando urtò il primo dosso, si sentì tentato di chiudere gli occhi e di sciare nella maniera che conosceva ed apprezzava.

Solo pochissimi adulti hanno visto il mondo attraverso gli occhi di un neonato, e molti di coloro che lo hanno fatto hanno desiderato di tornare ad essere ciechi. Le loro famiglie e i loro amici li avevano convinti che la vista avrebbe offerto loro una maniera nuova e prodigiosa di apprezzare e comprendere il mondo; invece, persino le azioni più semplici (scendere le scale, attraversare le strade) diventavano spaventosamente difficili.

Scoraggiati e depressi, circa un terzo di costoro hanno scelto di ritornare nel mondo dei ciechi, soggiornando in stanze buie e camminando con gli occhi chiusi.

Se May la pensa in maniera diversa, il motivo sta forse nel fatto che non ha mai avuto grandi aspettative. Per un uomo abituato a praticare il windsurf da solo e senza vederci, spesso in grado di tornare al molo da cui era partito, la vista è soltanto una nuova avventura in una vita colma di ostacoli stimolanti. Due anni dopo il suo ritorno al Monte Kirkwood, May ha iniziato ad unire ciò che vede su una pista da sci alle ripetute esperienze fisiche della pista stessa, "Si è attrezzato con un sistema davvero funzionale" racconta Fine. "Sa che quel dato tipo di ombra rappresenta un certo dosso, e quell'altra ombra un altro tipo di dosso". Ora non chiude mai gli occhi, neppure nelle discese più facili; riesce invece a gestire le gobbe delle piste senza l'aiuto di una guida.

"La gente pensa che avere la vista sia qualcosa di assolutamente pratico", dice May. "Io lo trovo fantastico dal punto di vista del divertimento; cerco continuamente delle cose che abbiano un aspetto assolutamente unico. Poter correre dietro ad una palla per afferrarla è una di queste cose; ho inseguito una palla per tutta la mia vita. Un'altra di queste cose è il poter vedere le diverse sfumature di azzurro degli occhi dei miei figli. E poi, se mi cade qualcosa a terra, ora riesco a trovarla".

(Si ringrazia Mario Barbuto per la traduzione)

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AUSILI.

L'ANS e il servizio "Tommaso!"
sbarcano ad HANDImatica 2004.

Come ogni biennale che si rispetti, dal 25 al 27 novembre prossimo venturo torna HANDImatica, la manifestazione bolognese, un po' fiera e un po' vetrina, sul mondo delle disabilità.

In questa edizione sarà presente anche L'Associazione Nazionale Subvedenti: con un piccolo stand informativo e un incontro-tavola rotonda dal titolo: "Ausili: luci ed ombre ad un anno dalla partenza del servizio «Tommaso!»".

Mentre scriviamo questa "pagginetta" per il notiziario di settembre, i termini della partecipazione alla manifestazione sono ancora in via di definizione; tuttavia siamo certi fin d'ora dei riscontri positivi che deriveranno da questa ennesima opportunità.

Con la citata tavola rotonda, in particolare, desideriamo focalizzare le problematiche legate alla conoscenza e acquisto o fornitura di ausili; per questo cercheremo di raccogliere intorno a noi: utenti del servizio "Tommaso!", distributori di ausili, operatori del settore della riabilitazione visiva, responsabili ASL e "medici prescrittori". Insomma, tutti i protagonisti di un mondo composito e ricco di luci e ombre.

Tenetevi aggiornati! Telefonicamente o attraverso www.subvedenti.it.

VI ASPETTIAMO NUMEROSI!

Indice 

TEMPO LIBERO.

Allertati i cinque sensi per una passeggiata nella

RISERVA FORESTALE DI PROTEZIONE
"DUNA FENIGLIA".

Quante volte un profumo improvviso nell'aria o il canto degli uccelli in un Parco suscitano il ricordo di luoghi, persone, o emozioni fortissime.

Inaugurato il 7 maggio il "Sentiero natura per non vedenti", alla riserva forestale di protezione Duna Feniglia, nel comune di Orbetello (Grosseto).

Il percorso si snoda per 700 metri circa all'interno della pineta ed è dotato di un corrimano che guida il visitatore lungo le 13 stazioni nelle quali si può avere la percezione delle principali componenti dell'importante riserva.

Dalla sughera al leccio, dalle tracce degli animali a quelle dell'uomo, dalla dieta del tasso ai funghi, in ogni stazione potrà essere percepito un aspetto particolare della riserva, manipolando il tronco delle piante o le apposite sculture in legno realizzate dalle sapienti mani di abili artigiani. La conoscenza non si affida solo alla vista. Attribuire una sensazione a un momento ben definito consente una percezione ancora più profonda, che il solo sguardo non è in grado di fornire. Così una pianta può essere riconosciuta toccandola o annusandola e chi è pratico del bosco riesce a riconoscere un animale ascoltandone il rumore o il verso, anche senza vederlo.

Per saperne di più visitare il sito:
www.corpoforestale.it
"Percorso Natura per non vedenti alla riserva naturale di Duna Feniglia"

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UNIVERSITA'.

Diffondete il nostro servizio eccovi le notizie...

C.A.L.D.

Il 6 febbraio 2004 una riunione dei Delegati alla Disabilità ha dato vita al C.A.L.D. - Coordinamento Atenei Lombardi per la Disabilità - con l'obbiettivo di compiere iniziative comuni alle Università lombarde e di rappresentare le esigenze degli Atenei aderenti sia nei confronti della CNUDD - Conferenza Nazionale Universitaria Delegati per la Disabilità - sia nei confronti delle Istituzioni in genere.

Hanno aderito alla iniziativa le Università di seguito elencate che hanno proposto come segreteria operativa l'Ufficio Disabilità e Handicap dell'Università degli Studi di Milano, via Festa del Perdono 7, tel. 02/50312353, fax 02/50312253, e-mail: cald(at)unimi.it, con compito di coordinare e divulgare le reciproche iniziative e attività.

PER INFO:
http://users.unimi.it/dishandi/ 

NEWS!!!
http://users.unimi.it/dishandi/cald.htm 

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MUSICA DA IPOVEDERE.

Cin cin con gli occhiali.

(cantata da Herbert Pagani)

Per la serie: banale è bello...

Ragazzina chi sei
tu che arrivi alle sei
e ti siedi davanti al tramonto
e perché vieni qui
sola, sola, così,
e ti fermi mezz'ora soltanto.
Tu amici non hai
a ballare non vai
né a passeggio con gli altri nei viali
dai confessalo dai
il complesso che hai
tu sei una che porta gli occhiali.

Ragazzina non sai
che quei vetri che hai
un'arietta straniera ti danno
sembri inglese anche tu
e le inglesi qua giù
vanno tanto di moda quest'anno.
Ridi, ridi se vuoi
ma sia detto tra noi
io le altre le trovo banali
ho un segreto pur'io
sono miope anch'io
dai facciamo cin cin con gli occhiali.

Cin cin dai!
noi siamo speciali
portiamo gli occhiali
dai vieni con noi.
Cin cin dai!
il mondo è di tutti
dei belli e dei brutti
è il nostro se vuoi.

Prova a togliere un po'
quegli occhiali che hai
e vedrai tutto un mondo a colori
e perfino sui tram
le più brutte reclam
sembreranno dei mazzi di fiori.
Ragazzina lo sai
dietro i vetri che hai
c'è uno sguardo che mette le ali
se un sorriso mi fai
ed un bacio mi dai
noi faremo cin cin con gli occhiali.

Cin cin dai!
noi siamo speciali
portiamo gli occhiali
dai vieni con noi
Cin cin dai!
il mondo è di tutti
dei belli e dei brutti
è il nostro se vuoi.

Indice 

MARKETING SOCIALE.

FormAli ? Si ! ...ma anche Solid-Ali.

Milano, giugno 2004 - Le ONLUS: Abm Cometa Lombardia (malattie metaboliche), Ans (ipovisione), Archè (aids), Aspremare (malattie renali), Franco Pini (cooperazione internazionale), Genitori si diventa (adozioni) e Intervita (cooperazione internazionale), sono partner della prima iniziativa di marketing sociale, realizzata nel segmento della formazione aziendale.

"L'idea, su cui si fonda quest'inedita alleanza", ha sottolineato Fabrizio Bocconcelli, presidente di Rent a Journalist, "si è sviluppata nel quadro della pianificazione strategica della nostra Società e ha coinvolto nella partnership oltre alla Società di formazione Formali anche sette ONP". "La valenza solidale", ha proseguito Bocconcelli, "consiste nel devolvere il 5% del fatturato di ogni singola iscrizione a ciascuna impresa non profit gemellata a una delle sette aree tematiche (per un totale di 70 corsi) che compongono il piano formativo inserito nel catalogo Formali".

"L'originale e innovativa richiesta di partnership", ha spiegato Luca Cadoni, consigliere delegato di Formali, "ci ha permesso di accogliere con piacere la proposta di Rent a Journalist, tenuto conto che Formali è un'azienda sensibile alle tematiche più vive e presenti nell'attualità del tessuto sociale e che ci vede istituzionalmente attivi nei confronti delle persone e nello sviluppo delle risorse umane".

"L'intenzione", ha concluso Luca Cadoni, "è quella di affrontare ed osservare da vicino queste tematiche solidali, non più come semplici spettatori, ma iniziando a prendere posizione proattiva mediante la promozione di altre iniziative similari".

Una stima per difetto, permette di quantificare in 2500/3000 euro, il contributo che verrà donato a ciascuna delle ONP. 

Nel corso dell'incontro, è stata inoltre presentata la brochure formativa dell'area non profit (naturalmente con tariffa...equa & solidale), che annovera i seguenti moduli: mission & management, ufficio stampa, fund raising e marketing sociale :

Fabrizio Bocconcelli
Info: tel.: 02 2159 7471,
e-mail info(at)rentaj.it,
www.formali.it,
www.rentaj.it.

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